#NOICISIAMO, UDINE: FATTI DI PAROLE, NON CI STO A UN LINGUAGGIO DA GUERRA

Cartellone 9 gennaio

Ho da un pezzo superato i 40, vivo in una tranquilla cittadina del “fu ricco NordEst” e sono una donna, moglie, madre, sorella e figlia fortunata. Già, fortunata: ho sempre avuto la possibilità di scegliere e anche di tornare indietro per poi andare avanti. Ho deciso io cosa diventare, un lusso a cui non tutti hanno diritto. Questo ovviamente non ha precluso alla Natura di mostrarmi il suo volto di matrigna: lutti, dispiaceri, perdite, illusioni, paure, cattiverie, quel mix che più o meno tutti ci troviamo involontariamente ad affrontare. Oggi sono una cooperatrice, una voce radiofonica e una convinta sostenitrice della necessità di garantire a tutti la possibilità di scegliere secondo scienza e coscienza.

Bene, dopo questa premessa non particolarmente performante, voglio soffermarmi su alcuni aspetti che mi caratterizzano. Da sempre, nella mia non proprio brevissima esistenza, quello che più mi affascina sono le persone, la possibilità di entrare in comunicazione con loro, con i loro mondi e universi di riferimento. Leggere tramite i loro occhi e le loro parole quello che mi sta davanti, che mi sta dietro e quello che verrà.

Ancora una volta posso dire di aver avuto la fortuna di conoscere persone appartenenti a tanti mondi più o meno vicini a quelli che abito nella mia quotidianità. Il che mi ha dato la possibilità di trovare nelle cose la terza e spesso la quarta dimensione. Certo, questo mi ha anche messo nella condizione di vacillare nelle mie certezze o per contro di consolidarle fuori misura: l’istinto di autoconservazione, nel mio caso, non è disposto a soccombere.

Arriviamo all’oggi, era del Covid 19. Un evento inatteso, inimmaginabile, paralizzante, catastrofico: la pandemia. In un battito d’ali tutto quello che è stato fino a un attimo prima, non è più, viene rinchiuso, schiacciato, relegato in un’altra epoca storica che nulla ha a che fare con l’oggi. Tutto viene congelato in un presente eterno, sospeso, disancorato, fluttuante. E noi come lo leggiamo? Purtroppo, attraverso parole sbagliate, parole che spaventano, allontanano, feriscono, umiliano. Invece che alleviare il senso di ineluttabilità che viviamo, accogliere la paura senza negarla, raccontare con onestà e trasparenza quello che c’è, le parole diventano letteralmente le armi a servizio di una guerra che combattiamo contro un nemico invisibile che grazie alla presenza di eroi possiamo pensare di vincere. E noi da bravi soldati dobbiamo attuare quel distanziamento sociale che garantisce la nostra sopravvivenza. No, io non ci sto!

Non posso ascoltare un linguaggio bellico per parlare di una pandemia, tantomeno posso pensare di consolidare nel mio vivere quotidiano il distanziamento sociale Ma chi ha coniato questa odiosa locuzione? È un ossimoro ontologico: il distanziamento non può essere sociale. Tutto quello che è sociale ha a che fare con le relazioni. E allora attuiamo un’operazione di onestà intellettuale e diciamo a chiare lettere che parlare di distanziamento fisico ha un senso, può aiutarci a convivere con un virus che ci accompagnerà nel futuro prossimo, un virus con il quale dobbiamo imparare a convivere; e con altrettanta convinzione  riportiamo che, invece, riferirsi al distanziamento sociale produce effetti nefasti che ci allontanano gli uni dagli altri, che frantumando i legami, che ci mettono nella condizione di diventare sospettosi dell’altro, annientando la comunità e impedendo di farci sentire vicini, solidali e negandoci la necessità di restare umani. Le parole contano, sempre, siamo fatti di parole e delle parole dobbiamo avere cura.

Per noi oggi, per chi c’era e per chi ci sarà domani.

Raffaella Cavallo – Coordinatrice Abitare Possibile di Tavagnacco (Udine), Cooperativa sociale Itaca