Vent’anni fa TICE nasceva da un’intuizione: portare la psicologia fuori dagli studi professionali e dentro la comunità. Oggi, mentre la cooperativa sociale celebra il traguardo dei suoi primi 20 anni, quella visione continua a guidarne l’attività. Fondata nel 2006 da Francesca Cavallini dopo un’esperienza formativa negli Stati Uniti, TICE ha costruito nel tempo un modello che mette in dialogo ricerca universitaria, intervento clinico e impatto sociale.
Dai progetti sulla neurodiversità ai percorsi dedicati alle donne ADHD, dalle collaborazioni con le università ai nuovi studi sull’intelligenza artificiale applicata alla salute mentale, la cooperativa ha fatto dell’innovazione il proprio tratto distintivo. Un percorso che ha trasformato la psicologia da pratica individuale a strumento collettivo, capace di generare conoscenza, inclusione e nuove risposte ai bisogni delle persone.
Perché avete scelto la forma della cooperativa sociale e non quella di uno studio professionale tradizionale?
Ho sempre sognato di costruire un’organizzazione che non fosse fondata sulle dinamiche del denaro, ma sulla condivisione della responsabilità e delle decisioni. Ricordo ancora il giorno in cui andai dal notaio accompagnata da Piera Marchi di Legacoop. Avevo già chiaro che volevo una cooperativa.
Mi affascinava l’idea che ogni persona potesse partecipare alla costruzione del progetto con la stessa dignità e lo stesso diritto di parola. Il principio cooperativo di una testa, un voto rappresentava esattamente quello che stavo cercando.
Inoltre, essere impresa ci consentiva di stabilire relazioni e collaborazioni con il mondo accademico con cui costruiamo importanti progetti formativi.
Partiamo dai progetti più innovativi da cui siete partiti
Uno dei progetti che racconta meglio il nostro modo di lavorare riguarda le donne ADHD e il mondo del lavoro. Nelle diverse sedi ci siamo accorti che molte professioniste e lavoratrici con ADHD vivevano difficoltà simili. A quel punto il problema non era più del singolo psicologo o della singola persona: diventava una questione sociale.
Abbiamo quindi attivato un dottorato di ricerca con l’Università di Modena e Reggio Emilia per studiare il fenomeno e capire come intervenire. La ricerca ha evidenziato che il lavoro di gruppo aiutava molto queste donne a riflettere sulle loro caratteristiche, a riconoscersi in esperienze comuni e a valorizzare le proprie capacità, anche imprenditoriali.
È un esempio concreto di come lavoriamo: osserviamo un bisogno, lo studiamo insieme all’università e poi cerchiamo di trasformare la soluzione in un modello replicabile.
C’è un altro progetto che consideri particolarmente rappresentativo?
Sì, il progetto Il Più e il Meno. È un’iniziativa che mette in relazione giovani neurodivergenti, spesso in condizione di NEET, con anziani soli.
I ragazzi dialogano online con gli anziani, ma non si tratta di semplici conversazioni. Vengono formati per condurre interviste che favoriscono la memoria autobiografica e la narrazione personale. In questo modo gli anziani trovano uno spazio di ascolto e di relazione, mentre i giovani acquisiscono competenze professionali e relazionali.
Come si è sviluppata questa sensibilità di TICE verso i temi della neurodiversità?
Grazie alla collaborazione con le università, abbiamo progressivamente adottato il paradigma della neurodiversità. Significa riconoscere che esistono modi diversi di pensare e relazionarsi, e che queste differenze non devono essere automaticamente considerate problemi da eliminare.
Nelle tue parole torna spesso il concetto di comunità.
È probabilmente il cuore dell’esperienza di TICE.
La salute mentale non può essere costruita esclusivamente attraverso interventi individuali. Se vogliamo parlare davvero di salute mentale pubblica, dobbiamo superare il modello del professionista che lavora da solo. Credo che l’innovazione più significativa di TICE non sia una tecnica particolare, ma il fatto di aver costruito una comunità professionale che lavora per la comunità.
Tra le novità più recenti c’è il tema dell’intelligenza artificiale. Come vi state muovendo?
Abbiamo colto molto presto la rilevanza di questa trasformazione e abbiamo già attivato due dottorati di ricerca dedicati al rapporto tra intelligenza artificiale e neurodiversità, in collaborazione con l’Università di Messina e con l’Università di Modena e Reggio Emilia.
Stiamo studiando sia l’uso dell’IA da parte degli studenti neurodivergenti, ad esempio come supporto allo studio, sia il fenomeno dell’utilizzo degli strumenti conversazionali come sostituti di figure di supporto psicologico.
È un tema enorme. Se non riusciremo a costruire una reale salute mentale pubblica, il rischio è che gli strumenti di intelligenza artificiale diventino il primo interlocutore per molte persone in difficoltà.
Recentemente avete ottenuto un importante riconoscimento con l’autorizzazione al funzionamento sanitario delle sedi.
Tradizionalmente gli psicologi lavorano come liberi professionisti, mentre il nostro modello è basato su un gruppo di psicologi e psicoterapeuti professionisti che operano all’interno della stessa organizzazione.
Grazie alla collaborazione con Comuni e AUSL di Piacenza e Reggio Emilia siamo riusciti a ottenere l’autorizzazione al funzionamento sanitario delle nostre sedi (due a Piacenza e una a Correggio), con responsabili di struttura psicologi e senza la presenza di una direzione sanitaria medica.
Non è una battaglia contro altri modelli professionali, ma la costruzione di un’integrazione per la psicologia italiana, che possa affiancarsi alle forme tradizionali di esercizio della professione.

